I protagonisti

ARECHI II

Arechi II è stato duca e principe di Benevento.

Proveniva da una famiglia di rango ducale, probabilmente originaria del Friuli, ma è certo che sia cresciuto a Benevento. Nel 758, giovanissimo, venne scelto e nominato d’autorità duca dal re Desiderio, intento a soffocare l’indipendenza del territorio beneventano e a ristabilire la propria autorità sostituendo il ribelle Liutprando con un uomo a lui fedele. Sempre per questioni di politica interna, il suo legame con la famiglia reale venne rafforzato attraverso il matrimonio con Adelperga, una delle figlie di Desiderio. Eppure, nonostante l’investitura imposta dall’alto, Arechi riuscì a conquistarsi il favore del popolo beneventano grazie alle sue qualità di uomo e di statista. Storici ed eruditi come Paolo Diacono, Erchemperto e l’Anonimo Salernitano infatti, lo descrivono come un personaggio quasi mitico, di bell’aspetto, fiero, coraggioso, saggio, nobile nello spirito, estremamente colto e profondamente devoto. Le sue doti le dimostrò fin da subito negli anni di reggenza del ducato, perseguendo con determinazione il rafforzamento e il mantenimento dell’indipendenza e dell’autorevolezza del proprio governo, sia rispetto alle potenze vicine, sia rispetto alla capitale longobarda. Fin tanto che Desiderio cercò di tramare contro l’asse franco-papale accordandosi segretamente coi bizantini, Arechi costituì per lui un tramite diplomatico molto efficace. Lo dimostrerebbe l’ambasceria che il duca inviò nel 763 a Costantinopoli, guidata dal gastaldo Gualtari, il quale tornò a Benevento con le reliquie di S. Eliano, –  uno dei 40 soldati martiri di Sebaste – testimonianza inequivocabile della rinnovata amicizia con l’impero bizantino ed anche della buona riuscita della missione politica. Ma, una volta sfumata la possibilità di costruire una salda alleanza longobardo-bizantina, Arechi non esitò a riaccendere le ostilità con il ducato napoletano, informalmente dipendente da Bisanzio e da tempo avversato dai Longobardi per il conteso accesso al mare e il dominio su tutta l’Italia meridionale. Nel 765 il duca beneventano sconfisse i Napoletani in battaglia e li costrinse a subire un trattato di pace costoso e pesante, consistente nel pagamento di un tributo annuo garantito sulla testa del piccolo Cesario, figlio del duca di Napoli Stefano, che venne inviato come ostaggio a Benevento. Negli anni seguenti, senza l’uso delle armi ma con altrettanta ostinazione, Arechi resistette alle pressioni dell’altro vicino, la Sede apostolica, disobbedendo in più occasioni alle richieste papali di restituire i possedimenti di S.Pietro detenuti dal territorio beneventano, e non arretrò dal suo netto rifiuto anche quando era il re Desiderio a imporglielo.

Il tempo per mostrare tutto il suo orgoglio e per difendere l’autonomia del ducato arrivò con l’assalto carolingio al cuore del regno longobardo, l’assedio di Pavia del 774. La deposizione di Desiderio, il suo esilio in Francia e la fuga di Adelchi, gli consentirono di diventare l’estremo baluardo della gens Langobardorum. Diversamente dai duchi del Friuli, di Spoleto e delle città longobarde della pentapoli, Arechi non si prestò ad un umiliante atto di sottomissione a Carlo Magno ma, al contrario, nello stesso 774 si fece consacrare principe dai suoi vescovi e ne assunse col tempo tutti gli attributi. Cintosi il capo del diadema regale, legiferò, nominò abati e vescovi, concesse privilegi, impose il servizio militare, batté moneta con la sua effige ed amministrò lo Stato dal sacrum palatium attraverso i suoi funzionari. Mantenne salda la propria autorità riuscendo a non vivere all’ombra di Carlo, il quale, nonostante le continue sollecitazioni del papa Adriano I ad intervenire in Italia meridionale per frenare l’impudenza del principe beneventano, pare che ne avesse profondo rispetto. Del resto, solo diversi anni dopo, ovvero nel 787, il re franco decise di varcare i confini d’oltralpe e marciare verso il sud della penisola per risolvere le secolari controversie fra il ducato beneventano e la Sede apostolica, e per stabilizzare una situazione politica minacciata dal riaccendersi della conflittualità tra i Beneventani e i Napoletani in seguito all’invasione e alla devastazione del territorio di Amalfi da parte di Arechi avvenuta qualche anno prima. L’esercito napoletano, giunto in soccorso degli amalfitani, questa volta riuscì a sconfiggere le schiere longobarde costringendole alla fuga, ma le ostilità terminarono solo con la temuta calata dei Franchi. Pressato dall’arrivo di Carlo Magno a Roma, Arechi sottoscrisse un trattato di pace coi Napoletani con il quale scioglieva l’antica disputa sulla Liburia, l’attuale Terra di Lavoro, disciplinandone l’amministrazione e, in segno di amicizia e di buona fede, donò alla basilica di S. Gennaro alcuni preziosi insieme alla terra di Pianura presso Pozzuoli. Inoltre, per contenere l’invasione franca e guadagnare tempo, Arechi inviò a Roma suo figlio Romualdo per omaggiare Carlo con dei doni e per garantirgli la sua totale sottomissione se avesse risparmiato il suolo beneventano. Nel frattempo, rafforzò le difese militari e si preparò alla battaglia. La missione diplomatica non andò a buon fine poiché Carlo, spinto con molta probabilità dalle pressioni del papa e dalla necessità di ribadire la propria egemonia con la forza, tenne come ostaggio Romualdo e marciò con l’esercito verso il principato, mentre Arechi trovava rifugio nella roccaforte di Salerno. Fermatosi a Capua per sferrare l’attacco, il re franco venne raggiunto da un’altra richiesta di pace da parte di Arechi, stavolta per bocca di un’ambasceria guidata dal vescovo di Benevento, Davide. Carlo decise allora di sospendere la missione militare e di concedergli la pace, imponendogli però condizioni molto dure come la corresponsione di un tributo annuo, la cessione alla Chiesa delle terre di S. Pietro del ducato di Benevento e di Salerno e, soprattutto, obbligandolo a prestare giuramento di fedeltà e di obbedienza alla sua corona. Come garanzia del rispetto del trattato, Arechi fu costretto a consegnare dodici ostaggi tra i quali i figli Grimoaldo e Adalgisa, ottenendo in cambio la liberazione del figlio maggiore Romualdo. Dopo aver ristabilito l’ordine, Carlo nell’aprile del 787 ritornò in Francia, mentre Arechi morì il 27 agosto dello stesso anno a Salerno dopo aver sofferto anche la perdita del primogenito Romualdo.

La sua reggenza ha rappresentato per il ducato un lungo trentennio di magnificenza artistica. Da profondo conoscitore del mondo classico, letterato e poeta, Arechi riuscì a trasformare la città di Benevento in un centro culturale e politico di primaria importanza nell’Europa dell’alto medioevo. Alla sua corte accolse artisti e letterati, primo fra tutti lo storico Paolo Diacono che fu precettore della famiglia ducale cedendo poi il ruolo al giovane vescovo Davide, anch’egli fine cultore delle bellezze dell’intelletto. Si fece promotore dell’istituzione di una schola palatina per istruire ed educare i suoi figli e quelli degli altri nobili, favorì e incitò lo scambio di manoscritti tra le officine scrittorie di Benevento e le abbazie di Montecassino e S. Vincenzo al Volturno creando, con molta probabilità, le premesse per la canonizzazione della scrittura beneventana, sorta alla fine dell’VIII sec. e diffusasi fino al IX sec. nell’Italia meridionale e nella Dalmazia fino al XIII sec.

Arricchì la città con una perla dell’arte e dell’architettura medievale, la chiesa di S. Sofia, fondata da Gisulfo II e da lui ultimata nel 760, espressione della sua profonda religiosità e simbolo del suo potere politico-economico. Intitolata alla Santa Sapienza come la basilica di Costantinopoli, divenne il santuario nazionale del ducato ed egli ne amplificò il valore trasferendovi le reliquie di numerosi santi – soldati, confessori e martiri –  in segno di pia devozione ma, soprattutto, per conferire sacralità al proprio dominio. Accanto alla chiesa, inoltre, istituì un monastero benedettino femminile che affidò alla sorella badessa Gariberga e che divenne uno dei centri economici più floridi del ducato. La sua prolifica attività edilizia non fu solo di taglio religioso e si concentrò su costruzioni militari e fortificazioni, in primis l’inespugnabile castello di Salerno, e sullo sviluppo urbanistico di Benevento, assecondandone e promuovendone la ricca economia artigianale e commerciale. Ampliando la cinta muraria in direzione dell’attuale via Torre della Catena, accorpò al nucleo abitativo una parte della città romana e creò un nuovo quartiere, la Civitas Nova, trasformato in vero e proprio distretto manifatturiero.

Arechi senza dubbio ha precorso i tempi, incarnando la figura di principe illuminato ante litteram, attento al progresso culturale della propria terra quanto a quello economico; prudente in politica estera e combattivo nel momento in cui vi era in gioco l’espansione del principato e la difesa della sua integrità; magnanimo rispetto ai suoi predecessori (Rotari, Grimoaldo, Liutprando, Rachis e Astolfo) nel legiferare con i suoi 17 Capitula, norme con un più elevato senso della giustizia, da contestualizzare comunque nella dura lex medievale; sincero devoto e, al tempo stesso, capace di utilizzare politicamente la religiosità. Con la sua saggezza il ducato e la stessa città di Benevento hanno conosciuto una grandezza e una centralità mai più vissuta.

 

 

DESIDERIO

Desiderio è stato l’ultimo re dei Longobardi.

Proveniva dalla città di Brescia, dove possedeva e amministrava diversi fondi e dove eresse nel 753, con la moglie Ansa, il monastero di S. Salvatore, trasformato, nel corso degli anni, in un vero e proprio strumento di potere politico-economico di famiglia, arricchito con donazioni di natura privata e fiscale e posto al vertice giurisdizionale di una serie di monasteri fondati in Lombardia, Toscana ed Emilia. Prima di indossare la corona regale, fu comes stabuli alla corte del re Astolfo e, successivamente, ricoprì la carica di duca nella Tuscia longobarda, l’attuale Toscana. Alla morte senza eredi di Astolfo, irruppe nel vuoto di potere e contese il trono con Rachis, fratello del defunto re, il quale, dopo aver abdicato nel 749 per vestire i panni di monaco benedettino, tentò di indossare nuovamente le vesti di sovrano. Il conflitto fra i due sembrò travalicare subito il naturale scontro tra pretendenti al trono, diventando un conflitto tra due diverse linee politiche: l’una, incarnata dalla nobiltà dell’Italia settentrionale e fatta propria da Rachis, che aspirava a rinsaldare con la forza il dominio longobardo nella penisola, perseguendo la politica conflittuale con il papato portata avanti da Astolfo e, prima di lui, da Liutprando; l’altra, più cauta e, potremmo dire, “realista”, sposata da Desiderio il quale, riconoscendo il dominio temporale dei papi e la superiorità militare dei Franchi, puntava al mantenimento del regno longobardo attraverso la collaborazione con il papato e la non belligeranza col popolo franco. Per dare concretezza alla sua visione strategica e per ottenere il trono, Desiderio sottoscrisse un accordo col pontefice Stefano II, consistente nel rispetto dei trattati di pace firmati da Astolfo e nella cessione a Roma di città e territori bizantini conquistati da Liutprando, in cambio del sostegno papale alla sua incoronazione. Il solo invio di messi del papa a Rachis e a Pipino, re dei Franchi, si rivelarono sufficienti ad allontanare il rivale, che rientrò nel monastero di Montecassino, e a far sì che Desiderio diventasse re dei Longobardi nel 757, a prezzo, però, di una sostanziale subordinazione politica al papato e al regno franco. Questo vincolo di fedeltà, tuttavia, non gli impedì di disattendere in parte gli accordi presi, riconsegnando Ferrara, Faenza e i territori sottratti alla chiesa romana nella pentapoli, ma mantenendo sotto il suo controllo gran parte delle città promesse a Stefano II; né lo distolse dal tramare nel 758 contro il pontefice, offrendo a Bisanzio il suo sostegno militare per reintrodurre la sovranità bizantina nei territori spettanti a Roma; né, tantomeno, gli impedì di sfidare a viso aperto Pipino e il papa, ripristinando, nello stesso  758, il dominio regio nei ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, tradizionalmente autonomi rispetto al regno nazionale e che, alla morte del re Astolfo, avevano assunto una dichiarata posizione filopapale e filofranca. Con l’uso della forza Desiderio defenestrò prima il duca spoletino Alboino, imprigionandolo, e poi andò alla volta del ducato beneventano, costringendo il duca Liutprando e il suo reggente Giovanni a fuggire verso Otranto e nominando al suo posto un giovane fidato, il nobile Arechi II. Proseguì nel consolidamento della sua posizione di comando nell’estate del 759 nominando coreggente del regno suo figlio Adelchi e, di fatto, rendendo dinastica la successione al trono. Negli anni seguenti continuò ad assumere un atteggiamento ambiguo nei confronti del papato, alternando interventi in difesa della Sede apostolica ad azioni offensive e sconfinamenti alle frontiere dei territori romani, senza arrivare mai allo scontro diretto. Inoltre, sfruttò in suo favore i problemi interni al regno franco – che impedivano a Pipino di intervenire in Italia per sostenere il pontefice nelle controversie territoriali – riuscendo a costringere nel 763 il papa Paolo I ad accordarsi con lui in merito all’amministrazione di alcune terre nella pentapoli, evitando, così, di rispettare i patti precedenti che lo obbligavano a privarsene totalmente in favore della Santa Sede. Con un gesto plateale, Desiderio suggellò quest’accordo andando a Roma a pregare sulle tombe degli Apostoli e riconoscendo le prerogative del papa sulle terre di San Pietro nel suo regno. Allo stesso tempo, dando uno smacco al re franco e senza soffrirne le conseguenze, diede in sposa la figlia Liutperga al duca di Baviera Tassilone, garantendosi come nuovo alleato un popolo che era appena entrato in guerra con Pipino.

Con mosse politiche prudenti e opportunistiche insieme, Desiderio riuscì in pochi anni di reggenza a rafforzare un regno che era stato appannato e ridotto al vassallaggio dalla potenza franco-papale, e l’occasione per dimostrarlo gli si presentò nel 767 alla morte di Papa Paolo I. Con un atto di forza intervenne nella tumultuosa successione al soglio pontificio, cercando addirittura di determinare l’elezione del nuovo papa. Accolse, infatti, la richiesta di sostegno e protezione avanzatagli da Cristoforo, il primicerio del papa, e da suo figlio Sergio, i quali, pur capeggiando il partito più influente a Roma essendo i massimi rappresentanti della burocrazia pontificia, vennero allontanati dalla città dal duca di Nepi Totone che, manu militari, impose l’elezione di suo fratello Costantino, un papa laico consacrato dai vescovi sotto la minaccia della spada. Desiderio organizzò il rientro a Roma di Cristoforo e Sergio, facendoli accompagnare da un prete longobardo, Valdiperto, e da alcuni contingenti militari di Spoleto. Nel luglio del 768 Sergio, il prete longobardo e i militari entrarono in città e ne presero possesso, dopo l’assassinio di Totone da parte degli stessi nobili che lo avevano sostenuto e dopo la cattura di Costantino. Valdiperto, sgombrato il campo, si affrettò ad eleggere il nuovo papa scegliendo il cappellano Filippo, ma il colpo di mano non gli riuscì poiché il primicerio Cristoforo spinse i nobili della sua fazione ad allontanarlo dal soglio pontificio e, una volto rientrato a Roma, egli stesso nominò finalmente il nuovo pontefice, Stefano III. Il sèguito della vicenda fu una lunga scia di sangue, fatta di torture e uccisioni di tutti i traditori del partito di Cristoforo e a farne le spese fu lo stesso Valdiperto, mutilato e lasciato morire in prigione.

Il tentativo fallito di influenzare l’elezione del papa non scoraggiò Desiderio dall’immischiarsi l’anno seguente in un’altra crisi esplosa in territorio pontificio, stavolta a Ravenna, dove la nobiltà militare, in aperto contrasto con l’autorità papale, nominò successore del defunto arcivescovo Sergio un laico, il funzionario arcivescovile Michele. L’elezione venne caldeggiata da Desiderio, il quale neanche in quest’occasione riuscì a spuntarla, poiché il papa obbligò i cittadini a destituirlo in favore dell’arcidiacono Leone.

Uscito indenne dalle ingerenze politiche nella terra di S. Pietro, Desiderio nel frattempo consolidò il legame con il popolo franco grazie alla scelta diplomatica della moglie di Pipino, Bertrada, la quale, dopo aver diviso il regno tra i figli Carlo e Carlomanno alla morte del marito nel 768, decise di rinsaldare l’amicizia con il popolo longobardo combinando il matrimonio di Carlo con una figlia di Desiderio (l’Ermengarda di Alessandro Manzoni). Elevato al rango di alleato e protettore del regno dei Franchi, continuò la sua parabola ascendente diventando addirittura il favorito del papa dopo aver sventato una congiura ordita ai suoi danni dal primicerio Cristoforo e da suo figlio Sergio. Questi ultimi, infatti, ostili alla “contaminazione” tra Franchi e Longobardi insita nell’alleanza matrimoniale tra Carlo e la figlia di Desiderio, cercarono di sfruttare i contrasti esistenti tra i due re franchi, invitando un messo di Carlomanno a Roma con al sèguito un contingente militare. Questo gesto permise a Desiderio nel 771 di marciare con il suo esercito verso la città santa, sostenendo militarmente una fazione di nobili romani avversi al primicerio, con a capo il cubicolario Paolo Afiarta. Dopo aver tentato invano di rapire il papa, Cristoforo e Sergio, braccati da Desiderio con il tacito consenso papale, non poterono far altro che consegnarsi al pontefice. Con la resa ottennero la libertà, ma vennero catturati e torturati da una banda composta da romani e longobardi. La morte raggiunse entrambi, Sergio dopo pochi giorni dalla cattura, Cristoforo assassinato dopo qualche mese.

La sagacia e la prontezza con cui Desiderio intervenne in difesa del pontefice si rivelarono essenziali per capovolgere il rapporto con la Sede apostolica, da sempre controverso, e suggellarono il momento più alto della sua politica. La fase di pace e di stabilità, tuttavia, durò poco, travolta dall’uscita di scena del giovane Carlomanno nel dicembre del 771 e da quella di papa Stefano III nel febbraio del 772. La morte di entrambi lasciò campo libero all’ambizioso Carlo che, immediatamente, si appropriò del regno del fratello, ristabilì un rapporto preferenziale con il nuovo pontefice Adriano I e, soprattutto, ruppe l’alleanza con i Longobardi nel peggiore dei modi, ripudiando la moglie ed arrecando un’offesa personale a Desiderio. La reazione del re longobardo non si fece attendere, dettata dalla sete di vendetta e dalla necessità di reagire con forza alla politica egemonica di Carlo che minacciava la sopravvivenza stessa della gens Langobardorum. Il primo atto fu quello di accogliere alla sua corte Gerberga, la vedova di Carlomanno, con i figli, per poi aprire una trattativa con il papa per la consacrazione dei due piccoli principi, illegittimamente privati del diritto al trono da Carlo. Per pressare il pontefice e costringerlo all’atto dell’unzione, invase l’Esarcato, occupò Faenza, Comacchio, il ducato di Ferrara e devastò il territorio di Ravenna, minacciando di seguitarne l’occupazione se non fosse stato ricevuto dal papa. La risposta di Adriano fu quella di concedergli un incontro solo a patto di ottenere la restituzione di tutti i territori del patrimonio di San Pietro ancora controllati dal regno longobardo. Di fronte alle resistenze papali, Desiderio reagì in maniera più aggressiva penetrando nella pentapoli, attaccando con l’esercito toscano i territori situati a nord del ducato romano e puntando all’assedio della città santa. Mentre Adriano mandava una richiesta di aiuto militare a Carlo e si preparava alla difesa, il re longobardo, con il figlio Adelchi, gli eredi di Carlomanno e un contingente militare marciò verso Roma. L’onta di una scomunica papale lo fermò a Viterbo e lo spinse a rinunciare alla possibilità di far consacrare i due principi, ma non ad abbandonare l’atteggiamento conflittuale nei confronti del regno franco. Oppose, infatti, un netto rifiuto alla richiesta franca di restituire al patrimonio di San Pietro tutte le città occupate e questo suonò come una dichiarazione di guerra.

Nel marzo del 773 Carlo Magno, riunito l’esercito a Ginevra, organizzò l’avanzata in Italia dalla Valle d’Aosta e dal valico del Moncenisio in Val di Susa, riuscendo a fiaccare le difese longobarde alle Chiuse e costringendo Desiderio a fuggire a Pavia e Adelchi a rifugiarsi a Verona. Tuttavia, ancor prima della disfatta militare, Carlo aveva già incassato quella politica accogliendo alla sua corte gruppi di longobardi fuggiaschi e, man mano che avanzava nella sua campagna di conquista, assistette allo sgretolamento del regno nella corsa a Roma dei nobili spoletini e degli abitanti delle città longobarde nella pentapoli, disposti a tagliarsi i capelli  all’uso romano per dimostrare la loro totale sottomissione al papa. Con la fuga di Adelchi a Bisanzio, l’ultimo focolaio di resistenza fu la città di Pavia, dove Desiderio con la moglie Ansa resse per mesi all’assedio franco fino alla resa avvenuta all’inizio del 774. Fatto prigioniero e trasportato in Francia con la moglie, Desiderio finì i suoi giorni recluso in un monastero, probabilmente in quello di Corbie, mentre Carlo Magno, assumendo il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi, archiviò definitivamente l’autonomia del regno.

 

 

ANSA

Ansa è stata la regina dei Longobardi, definita da Paolo Diacono “coniux pulcherrima” del re Desiderio.

Le sue origini familiari non sono certe, mentre abbiamo contezza del luogo in cui profuse la sua attività politica, la città di Brescia. Lì fondò con il marito il monastero di S. Michele e di S. Pietro, successivamente dedicato a S. Salvatore ed affidato alla figlia badessa, Anselperga. In seguito si rese protagonista di altre donazioni a favore di enti religiosi, nell’intento di rafforzare il potere regio intrecciando magnanimità cristiana e strategia politico-economica.

Da madre e da regina favorì il matrimonio della figlia Adelperga con Arechi II, di Liutperga con Tassilone e di una terza figlia – di nome Desiderata o Ermengarda – con Carlo Magno, tutte alleanze necessarie a rendere inossidabile il regno longobardo fondendolo con le corone di quello franco e dei ducati di Baviera e di Benevento. Come ultimo atto da regina e sposa fedele, fu al fianco di Desiderio durante l’assedio di Pavia nel 774 e nel momento della resa, inevitabile per una città messa in ginocchio da mesi di fame ed epidemie. Lo accompagnò nel suo ultimo viaggio in Francia, dove Carlo Magno gli riservò l’esilio in un monastero, durato fino alla morte, per poi tornare tristemente in Italia.

 

ADELPERGA

Adelperga è stata la moglie di Arechi II e duchessa di Benevento.

Figlia del re Desiderio e di Ansa, nacque probabilmente nella Tuscia quando il padre ricopriva la carica di duca e, successivamente, si trasferì a Pavia alla corte regale. Qui ebbe come precettore lo storico Paolo Diacono, già intellettuale di corte al tempo di Astolfo, che saziò la sua sete di conoscenza trasformandola in una donna virtuosa e profondamente istruita. Fu lui ad accompagnarla giovanissima a Benevento nel 762 per sposare Arechi, saldando così un’alleanza tra la capitale del regno e il ducato già sancita con la sua nomina a duca nel 758. Si trattò senz’altro di un matrimonio politico voluto da Desiderio, ma è certo che i due sposi condividevano e condivisero passioni e sensibilità culturali. Non è azzardato affermarlo se consideriamo le parole d’elogio di Paolo Diacono per Adelperga che descrivono le doti di questa donna, lasciandoci intendere che abbia svolto un ruolo non marginale nella politica culturale del ducato. Per lei compose nel 763 un carme acrostico sulle sei età del mondo dal titolo A principio saeculorum usque ad diluvium, nel quale la omaggia con le parole “Adelperga pia” composte con le lettere iniziali di ciascuna strofa, e in un verso la definisce “luminosa consorte” del “benigno duca Arechi”[1]. Ma è nella Historia Romana, scritta su richiesta della duchessa in un periodo compreso tra il 767 e il 774, che Paolo esprime con chiarezza il suo rispetto per le qualità e le volontà della sovrana in una lettera dedicatoria premessa all’opera. In questa epistola scrive di aver integrato il Breviario di storia romana di Eutropio con passi della storia sacra per compiacere Adelperga, delusa perché “lo scrittore in quanto pagano” non aveva fatto alcun riferimento al culto cristiano, e precisa di aver proseguito nella narrazione “fino ai tempi dell’Augusto Giustinianeo, promettendo […] di continuare questa storia fino alla nostra età”[2], preannunciando così la sua opera più importante, l’Historia Langobardorum. Tutto questo per assolvere pienamente al suo dovere di precettore di un’allieva che, “a gara con l’eccellentissimo marito […] forse l’unico dei sovrani a tenere la palma del sapere”, “con acuta intelligenza e penetrantissimo amore” indaga “gli arcani pensieri dei saggi, così da avere in bell’evidenza le più preziose sentenze dei filosofi e le più belle citazioni dei poeti”, e che si dedica “con estremo interesse sia alle storie sacre che a quelle profane” [3]. È probabile che il suo “animo avido di conoscenza”[4] abbia sollecitato non solo la produzione storiografica di Paolo Diacono ma, evidentemente, anche la crescita culturale della città e del ducato. A confermarlo vi sono le parole dello storico Gregorovius che l’ha definita, in maniera enfatica, “la seconda donna d’Italia che nel Medio Evo abbia esercitato influenza sulla cultura degli studi”, precisando che “i primi quattro secoli che succedettero alla caduta dell’Impero Romano, furono in Italia illustrati da due sole donne germaniche, da Amalasunta figlia di Teodorico e da Adalperga figlia di Desiderio; la barbarie di quell’età è resa massimamente manifesta da questa mancanza di donne per ingegno eminenti”[5].

Le sue capacità andarono ben oltre il campo delle lettere e della filosofia quando, alla morte di Arechi nel 787, dovette reggere le sorti del principato. Nonostante il dolore per la morte del marito, preceduta solo poco tempo prima da quella del primogenito Romualdo, Adelperga con lucidità e determinazione riuscì a salvare il territorio beneventano dalle mire di suo fratello Adelchi, alleato dei Bizantini, convincendo Carlo Magno e i suoi messi a liberare il figlio Grimoaldo, ostaggio in Francia, per permettergli di succedere al padre nella reggenza del ducato. Rientrato a Benevento nel 788, Grimoaldo, pur dovendo riconoscere ufficialmente la propria sudditanza alla sovranità franca, riuscì al pari del padre a preservare la dignità del suo trono fino all’806, anno in cui morì ponendo fine alla successione dinastica. Dopo di lui, infatti, subentrò al governo Grimoaldo IV che proveniva da un’altra famiglia.

Adelperga invece morì diversi anni prima, probabilmente senza riuscire a vedere l’inizio del nuovo secolo, dopo aver sostenuto il figlio nel governo dello Stato e dopo avergli trasmesso quella fierezza e quella risolutezza che avevano contraddistinto il suo animo e quello di Arechi II.

 

PAOLO DIACONO

Paolo Diacono è stato uno dei più importanti storici ed eruditi dell’altomedioevo.

Il suo nome era Paolo di Varnefrido e proveniva da un’antica famiglia longobarda del Friuli, la fara di Leupchis giunta in Italia con Alboino. Ancora molto giovane si trasferì a Pavia al seguito del duca friulano Rachis, divenuto re nel 744. Venne educato e istruito alla scuola di corte del grammatico Flaviano e, grazie alle sue doti e alla sua sensibilità letteraria, divenne un intellettuale organico alla corte reale anche sotto il re Astolfo. Con l’avvento al trono di Desiderio nel 757, da notaio e cancelliere di palazzo venne nominato precettore della figlia Adelperga alla quale resterà profondamente legato per molti anni. L’accompagnò a Benevento per sposare il duca Arechi nel 762 e qui si trattenne per un periodo piuttosto lungo, forse fino al 774 anno in cui si trasferì nell’abbazia di Montecassino. Restò abbastanza, tuttavia, per intensificare gli scambi letterari con la sua giovane allieva e per influenzare l’ambiente culturale della corte beneventana. È presumibile che proprio qui, approfittando della pace che regnava sotto il sapiente Arechi e su richiesta della stessa Adelperga, scrisse l’Historia Romana e, sempre qui, compose versi per esaltare i due giovani sovrani, nobili rappresentanti della stirpe longobarda.

Nel 774 la disfatta del suo popolo gli risultò così insopportabile da spingerlo a trovare rifugio nel monastero di Montecassino. Da lontano assistette all’estremo tentativo del fratello di riscattare l’onore della Langobardia Maior partecipando alla congiura antifranca del 776 guidata dal duca del Friuli Rodegauso, che venne sedata con facilità da Carlo Magno e repressa nel sangue. La cattura e la deportazione del fratello in Francia lo indusse a rompere l’isolamento monastico e a  recarsi di persona nel 782 da Carlo per implorarne la liberazione. Formulò la richiesta di grazia con un’elegia che, evidentemente, colpì gli eruditi della corte carolingia, come Alboino e il Paolino, e forse lo stesso re. La calda accoglienza che ricevette si trasformò in un chiaro invito a restare ad Aquisgrana, in cambio della libertà del fratello. Il suo soggiorno carolingio durò cinque anni e non è peregrino immaginare che lo abbia vissuto con imbarazzo e irritazione considerando il suo vivo senso di appartenenza alla gente longobarda, vinta e umiliata dai Franchi. Tuttavia, contribuì al prestigio culturale della corte, componendo versi e scrivendo un’opera storiografica sui vescovi di Metz.

Nel 787 rientrò a Montecassino e occupò il lento scorrere del tempo tra le mura abbaziali dedicandosi al suo capolavoro, l’Historia Langobardorum, la storia del suo popolo ormai ridotto allo stato di vassallaggio e di cui restava come unica testimonianza nazionalistica il ducato di Benevento, retto da Adelperga e da suo figlio Grimoaldo III. Nel rispetto della promessa fatta alla sua allieva nella dedica della Storia romana, decise di affidare alla scrittura la memoria delle gesta dei suoi avi raccontando il loro tempo fino alla morte del re Liutprando, avvenuta nel 744. Nella sua narrazione, a cavallo tra mitologia e storia, Paolo Diacono spesso ha taciuto sui rapporti difficili tra la sua gente e il papato, lasciando trapelare la contraddizione che viveva nell’essere monaco e longobardo insieme. Questa difficoltà forse lo spinse a terminare l’opera e a non affrontare il periodo più lacerante, quello dello scontro a viso aperto tra il regno di S. Pietro e quello di Astolfo e Desiderio. Comunque, grazie alla sua fatica storiografica sappiamo molto di più di un popolo che ha profondamente segnato il destino dell’Italia, traghettandola dall’Antichità al Medioevo e spingendola nell’orbita occidentale di un’Europa divisa fra Oriente bizantino e Occidente romano-germanico.